Lessi questa frase in giovane età, non ne ricordo l'autore, sicuramente qualcuno più saggio e realista di me, perché, seppur condividendone il contenuto, soprattutto pensando alla mia di vita e alle cose che non racconterei (mai), non l'ho mai applicata, anzi, le biografie continuano ad affascinarmi.
Ultima in ordine di tempo, quella che da' il titolo a questo post.
Voto 8 (pieno, tondo).
Veniamo alla trama, non vi svelo il finale (in cui lei ovviamente muore) per non rovinarvi l'eventuale lettura.
Violetta inizia a bere, un po' come tutte le persone normali, verso i 16/17 anni, finché arrivata a 25 non diventa dipendente, lo è fino ai 28, poi si reca dagli AA e smette. A 36 anni, scrive questo libro per raccontarci la sua storia.
Cruda, diretta, sincera, semplicemente umana. Un raccontarsi che è al contempo terapia per se stessa, un viaggio per comprendere i perché di quei tre anni, di cui non ha praticamente memoria, se non immagini spezzate e sconnesse fra loro. Realizzare chi è oggi e chi era allora, per completare una guarigione e crescita interiore non conclusa semplicemente affrancandosi dalla dipendenza.
E' necessario capire e capirsi. Il suo corpo conservava il ricordo di quegli anni e lei con quel corpo ci doveva vivere ogni giorno, ed ogni giorno le ricordava con violenza un passato che non si poteva semplicemente cancellare o dimenticare "smettendo", era necessario un tuffo nelle profondità dell'io.
Scrivendo, si scopre a se stessa. Scrivendole, dicendole, affermandole, le cose di colpo diventano vere, non basta pensarle, devono uscire da noi, abbiamo bisogno d'averle davanti per guardale negli occhi, per accettarle come verità.
Probabilmente la frase iniziale continua ad essere vera, non tutta la verità sarà presente in questo libro, ma è altrettanto sicuro che molta ve ne è ed è raccontata con dura tenerezza.
Grazie Violetta.
Un lettore
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